USA - dazi e manager italiani
Management|15 Luglio 2025|

Manager italiani espatriati negli USA: la prima linea del presidio industriale in tempi di dazi

Il prossimo 1° agosto 2025 segnerà una data che potrebbe cambiare radicalmente l’equilibrio commerciale tra Europa e Stati Uniti: il presidente Trump ha annunciato l’introduzione di dazi del 30% su tutti i prodotti importati dall’Unione Europea. Si tratta di una misura che colpisce duramente l’export italiano proprio verso il suo principale mercato extra-UE: nel 2024, secondo dati ISTAT e UN Comtrade, gli USA hanno rappresentato oltre 70 miliardi di euro in esportazioni italiane, con un saldo attivo che ha superato i 39 miliardi.

Per molte imprese italiane il mercato statunitense non è solo un canale di vendita: è un vero e proprio hub operativo, con stabilimenti produttivi, reti distributive locali e trading companies controllate dalla casa madre. È in questo contesto che assume un ruolo chiave una figura spesso trascurata nella riflessione strategica, ma centrale nell’operatività quotidiana: il manager espatriato.

Una crisi commerciale che richiede presidio umano

Nel linguaggio della geopolitica commerciale, i dazi sono spesso letti come cifre, grafici, percentuali. Ma dietro ogni percentuale c’è un ciclo produttivo da riorientare, una filiera logistica da riadattare, un prezzo da ricalibrare. E, soprattutto, persone chiamate a gestire l’impatto di questi stravolgimenti: manager, team locali, HR business partner che operano in loco o controllano una regione più ampia basandosi presso la casa madre ma in continuo e perenne movimento nella regione medesima attraverso presenze ripetute e business trip strategici.

Per questo, in un momento come quello in corso, non possiamo non interrogarci sul ruolo della leadership internazionale e, più nello specifico, sulle competenze, le responsabilità e le opportunità dei dirigenti italiani già operativi negli Stati Uniti.

Espatriati: non più ambasciatori, ma operatori di frontiera

In passato si tendeva a considerare gli espatriati come figure di rappresentanza, portatori della cultura aziendale all’estero. Oggi, come emerge chiaramente anche da una recente analisi McKinsey sul “beyond expats”, questi manager devono essere molto di più: operatori di frontiera, capaci di leggere i segnali del mercato americano in tempo reale, influenzare le scelte locali, e dialogare efficacemente con l’headquarter in Italia.

In uno scenario come quello attuale, caratterizzato da tensioni protezionistiche e instabilità regolatoria, il valore del manager espatriato si manifesta in almeno cinque direzioni fondamentali:

  1. Agilità decisionale locale
    Gli espatriati sono nella posizione ideale per reagire con prontezza: ridisegnare strategie di pricing, rinegoziare accordi distributivi, riallocare risorse e riprogrammare investimenti.
  2. Presidio operativo e reputazionale
    La loro vicinanza ai partner commerciali e alle autorità locali è un elemento essenziale per garantire compliance, trasparenza e continuità nei rapporti istituzionali.
  3. Coordinamento della supply chain
    In tempi di incertezza doganale, la possibilità di operare direttamente negli USA permette di creare buffer stock, razionalizzare i flussi e consolidare spedizioni in modo efficace.
  4. Leadership interculturale
    Il manager espatriato svolge un ruolo cruciale anche nella gestione dei team locali: motivazione, engagement, comunicazione efficace e gestione del cambiamento diventano competenze strategiche.
  5. Osservatorio privilegiato sul mercato
    Dal punto di vista HR, un manager italiano negli USA rappresenta anche una risorsa informativa preziosa: conosce il contesto competitivo, può anticipare evoluzioni normative e tendenze di consumo, offrendo così insight di valore per la definizione delle strategie globali.
Il punto di vista HR: l’expat è una risorsa da valorizzare

Per un Direttore Risorse Umane questa fase impone una riflessione su diversi fronti. Un primo tema riguarda certamente il processo di selezione e preparazione degli espatriati: non basta più individuare un buon tecnico o un valido commerciale o un direttore finanziario che ha performato in forma straordinaria nel suo home country e quindi teoricamente pronto per fare il CEO della nostra consociata US (..) serve un manager completo, capace di coniugare visione strategica, resilienza, competenze interculturali e capacità relazionale.  Secondo la survey di Boston Consulting Group sul “Psycological Safety” pubblicata nel 2024, i sentimenti di fiducia nel parlare apertamente, nel provare soluzioni aumentano l’engagement e riducono l’abbandono, soprattutto nei contesti multiculturali e la sindrome dell’abbandono, spesso, è lamentela di rilievo da parte degl expats. Questo aspetto è cruciale per chi lavora in uno scenario internazionale, dove il confronto interculturale deve essere facilitato da un ambiente di lavoro protettivo.

Forse mai come in questa fase è il momento di valorizzare gli espatriati quali ambasciatori interni, facilitatori del reverse knowledge transfer: far sì che ciò che imparano sul campo ritorni in azienda come patrimonio condiviso.

Una prova di maturità per il sistema Italia

Se da un lato il dazio del 30% impone una reazione rapida e decisa, dall’altro rappresenta anche un banco di prova per la maturità organizzativa delle aziende italiane internazionalizzate. Quelle che hanno investito in una presenza solida negli USA – stabilimenti produttivi, centri logistici, reti di vendita locali – oggi hanno strumenti per contenere i danni. Ma non bastano le infrastrutture: servono le persone giuste al posto giusto.

È in questo contesto che i manager espatriati diventano un asset cruciale: non solo per il mantenimento dell’operatività, ma per il disegno di un nuovo equilibrio strategico tra Italia e Stati Uniti. Un equilibrio che dovrà fare i conti con normative in evoluzione, consumatori più esigenti e supply chain sempre più frammentate.

Una norma poco nota che può agevolare la mobilità verso gli USA

Nel contesto attuale di incertezza geopolitica e riorganizzazione delle filiere internazionali, molte aziende italiane con presenza diretta negli Stati Uniti stanno valutando piani di localizzazione di propri manager presso le controllate americane. In questo scenario, una disposizione spesso trascurata può rappresentare un prezioso strumento di semplificazione per i dipartimenti HR: si tratta dell’articolo 7 par. 3 della Convenzione bilaterale di sicurezza sociale tra Italia e Stati Uniti. Questa norma prevede l’obbligo (Cass.17108/2022), in caso di assunzione di un cittadino italiano da una legal entity statunitense controllata da capitale italiano, di versamento dei contributi previdenziali in Italia, anziché negli USA. Ciò permette al professionista aziendale di non interrompere la propria anzianità contributiva nel sistema previdenziale italiano, pur lavorando stabilmente negli Stati Uniti con contratto locale.

Il vantaggio è duplice: da un lato, l’azienda ha la possibilità di strutturare contratti di lavoro in linea con il mercato del lavoro americano, semplificando la compliance locale e potendo far leva su un mercato salariale estremamente incentivante, dall’altro il lavoratore può essere più sereno nell’accettare un incarico estero, sapendo di non compromettere la propria posizione previdenziale in Italia.

Dall’emergenza all’intenzionalità

In conclusione, questa fase critica può essere letta come una grande sfida, per farvi fronte, le aziende italiane dovranno mettere a frutto quanto costruito negli anni in termini di presidio internazionale. E per i Direttori Risorse Umane, si tratta di un’occasione per ripensare il ruolo dell’espatriato, un nodo strategico del sistema impresa.

Oggi più che mai, sono i manager italiani negli USA a rappresentare la continuità, la visione e la capacità di adattamento del nostro tessuto industriale. Investire su di loro – nella selezione, nella formazione, nel supporto – significa costruire anticorpi robusti contro le turbolenze del commercio globale.

Andrea Benigni
Andrea BenigniPartner - Amministratore Delegato ECA Italia

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