
Medio Oriente, la “Terza guerra del Golfo” mette alla prova aziende ed expat: gli italiani nel Golfo tra rientri e gestione della mobilità internazionale
Le tensioni militari tra Iran, Israele e Stati Uniti hanno riportato il Medio Oriente al centro delle preoccupazioni economiche globali. Non solo per il rischio di escalation regionale, ma anche per le possibili conseguenze su energia, trasporti e mobilità internazionale del lavoro, per molte organizzazioni internazionali il Golfo rappresenta infatti uno dei principali poli operativi per progetti industriali, energia e servizi avanzati.
Quando la stabilità geopolitica vacilla, il primo impatto si manifesta spesso nella gestione delle persone: viaggi interrotti, piani di rientro e revisione delle politiche per il personale internazionale.
Secondo la Farnesina, decine di migliaia di italiani si trovano tra Medio Oriente e Paesi del Golfo, tra residenti, lavoratori e presenze temporanee.
Secondo le stime diffuse dal Ministero degli Esteri:
- Circa 94.800 italiani si trovano complessivamente nella regione del Golfo e del Medio Oriente.
- Tra questi, circa 9.400 sono turisti presenti soprattutto in Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Oman.
Nel dettaglio, le presenze italiane nei principali Paesi del Golfo risultano distribuite in questo modo:
- Emirati Arabi Uniti: circa 7.024 italiani residenti o registrati
- Oman: circa 1.256 italiani
- Qatar: circa 1.009 italiani
- Bahrein: circa 111 italiani
- Kuwait: circa 1.077 italiani, molti nei settori energia e consulenza
A questi si aggiungono oltre 4.000 italiani in Arabia Saudita, soprattutto legati ai grandi progetti infrastrutturali e industriali del Paese.
Nel complesso, circa l’80% degli italiani nella regione è costituito da residenti stabili, mentre il resto è composto da turisti o persone in viaggio per lavoro.
Il Golfo come hub della mobilità internazionale
Negli ultimi due decenni le economie del Golfo si sono trasformate in uno dei principali nodi della mobilità professionale globale. Città come Dubai, Abu Dhabi, Doha o Riyadh hanno attratto un numero crescente di lavoratori altamente qualificati provenienti da Europa, Asia e Nord America, diventando hub globali per energia, finanza, ingegneria e consulenza. Come evidenziato da analisi della World Bank, molte economie della regione dipendono in modo significativo dal capitale umano internazionale e presentano mercati del lavoro fortemente caratterizzati dalla presenza di lavoratori stranieri, con popolazioni di espatriati che in alcuni casi superano numericamente i cittadini locali (Fonte: World Bank, 2025, Gulf Economic Update: Structural Reforms and Shifting Social Norms to Increase Women’s Labor Force Participation e “Expatriate jobs and productivity: Evidence from two GCC economies.” Journal of International Development / World Development 2024). Questa rete di lavoratori espatriati rappresenta uno degli elementi chiave dell’infrastruttura economica della regione. Quando le tensioni geopolitiche aumentano, la gestione della mobilità internazionale diventa quindi una delle prime aree in cui le aziende devono intervenire.
Tra rientri temporanei e continuità operativa
Con l’aumento delle tensioni regionali molte organizzazioni stanno rivalutando la presenza del personale internazionale nella regione. In alcuni casi vengono attivati piani di rientro temporaneo per parte del personale, soprattutto per lavoratori non essenziali o per chi si trova in missione di breve durata. Operazioni di questo tipo possono coinvolgere centinaia di lavoratori e richiedono decisioni rapide da parte delle direzioni HR e dei team di sicurezza aziendale. Tuttavia, per molte organizzazioni il rientro completo del personale non è una soluzione praticabile, ove progetti industriali complessi e attività operative di lungo periodo richiedono continuità, e una sospensione generalizzata delle operazioni può comportare costi elevati e ritardi significativi. In questi casi le imprese tendono piuttosto a rafforzare le misure di sicurezza, limitare i viaggi non essenziali e monitorare costantemente l’evoluzione del contesto geopolitico.
Chi resta nel Golfo: il nodo delle indennità disagio e del costo della vita
La prima sfida riguarda quindi i lavoratori che continuano a operare nella regione. In contesti di instabilità geopolitica emerge spesso il tema delle indennità di disagio (hardship allowances), utilizzate dalle aziende per compensare condizioni operative più difficili nelle assegnazioni internazionali. Secondo gli analisti di ECA International, tuttavia, queste indennità non vengono normalmente modificate nelle fasi iniziali di una crisi, soprattutto quando il contesto è ancora in evoluzione. Interventi retributivi immediati rischiano infatti di essere meno efficaci rispetto a misure più operative, come il rafforzamento delle procedure di sicurezza, la limitazione dei viaggi non essenziali o la revisione delle policy di mobilità. Le classificazioni di hardship utilizzate dalle imprese per gestire le assegnazioni internazionali tendono infatti a riflettere condizioni strutturali e di medio periodo, piuttosto che eventi temporanei o situazioni di crisi di breve durata.
Un secondo elemento riguarda invece l’andamento del costo della vita nelle principali città della regione, parametro fondamentale per la gestione delle assegnazioni internazionali.
Le analisi sul costo della vita elaborate da ECA International sono utilizzate da molte aziende per determinare le indennità riconosciute agli espatriati e garantire che il potere d’acquisto dei dipendenti all’estero resti comparabile a quello nel Paese di origine. Anche in questo caso, tuttavia, gli effetti di una crisi geopolitica non si riflettono necessariamente in modo immediato sugli indicatori utilizzati dalle imprese. Le variazioni nei prezzi di beni e servizi tendono infatti a emergere solo nel medio periodo, spesso come conseguenza indiretta di fattori macroeconomici come l’andamento dei prezzi energetici, l’inflazione o le fluttuazioni valutarie. Per questo motivo le aziende tendono a monitorare attentamente l’evoluzione della situazione prima di intervenire sui meccanismi di adeguamento del costo della vita previsti nei pacchetti di mobilità internazionale.
Chi rientra dagli incarichi nel Golfo: fiscalità e contribuzione
Accanto alla gestione operativa dei rientri emerge anche una dimensione meno visibile ma altrettanto complessa: quella fiscale, contributiva e contrattuale legata alla mobilità internazionale.
Se da un lato le aziende devono valutare come gestire le indennità per i dipendenti che restano nella regione, dall’altro si apre il tema del trattamento fiscale e previdenziale per chi rientra temporaneamente in Italia. Dal punto di vista previdenziale, il sistema italiano prevede regole specifiche per il lavoro all’estero. Nei Paesi del Golfo – con cui l’Italia non ha accordi bilaterali di sicurezza sociale – la contribuzione è infatti determinata sulla base delle cosiddette retribuzioni convenzionali, cioè un imponibile forfettario fissato annualmente dal Ministero del Lavoro e costruito facendo riferimento alle principali componenti del pacchetto retributivo.
Sul piano fiscale la variabile centrale resta invece la residenza fiscale del lavoratore. Quando il dipendente mantiene la residenza in Italia, il reddito continua a essere tassato nel nostro Paese ma può beneficiare, in presenza dei requisiti previsti dalla normativa, delle regole specifiche previste per il lavoro svolto all’estero che consentono di determinare l’imponibile sulla base delle retribuzioni convenzionali.
Situazioni di rientro improvviso non sono tuttavia inedite per le imprese. Un precedente significativo si è verificato durante la pandemia da Covid-19, quando molti lavoratori distaccati o localizzati all’estero furono costretti a rientrare temporaneamente nei Paesi di origine a causa delle restrizioni alla mobilità internazionale. In quella fase l’Agenzia delle Entrate, rispondendo a un’istanza di interpello relativa al rientro in Italia di personale impiegato all’estero per motivi emergenziali, ha ribadito un principio generale della fiscalità del lavoro: l’attività lavorativa si considera svolta nel Paese in cui il lavoratore si trova fisicamente al momento in cui presta l’attività da cui deriva il relativo reddito. Questo orientamento implica che lo svolgimento dell’attività lavorativa in Italia – anche quando determinato da circostanze eccezionali o di forza maggiore – possa risultare, in linea di principio, non compatibile con l’applicazione del regime delle retribuzioni convenzionali, che presuppone lo svolgimento dell’attività all’estero in via continuativa ed esclusiva.
Un rientro improvviso nel Paese di origine può quindi modificare l’equilibrio fiscale e contributivo delle assegnazioni internazionali, soprattutto quando la permanenza in Italia si prolunga o comporta una sospensione effettiva del distacco. Molto dipenderà quindi dalla durata del rientro e dalla continuità della prestazione lavorativa all’estero, elementi centrali per l’applicazione del regime fiscale e contributivo previsto per i lavoratori distaccati. Per le aziende si tratta di gestire un equilibrio delicato: da un lato garantire flessibilità e sicurezza ai dipendenti rientrati temporaneamente, dall’altro mantenere coerenza e sostenibilità nei sistemi di compensazione e nella pianificazione fiscale e previdenziale.
Una regione strategica per la mobilità globale
Nonostante le tensioni attuali, il Golfo rimane uno dei principali centri della mobilità economica globale. Le grandi città della regione continuano ad attrarre investimenti e capitale umano internazionale, mentre i progetti industriali in corso coinvolgono imprese e lavoratori provenienti da tutto il mondo. Proprio per questo ogni crisi geopolitica nell’area produce effetti che vanno oltre la dimensione politica.
Per le aziende e per i lavoratori internazionali – italiani compresi – la sfida resta quella di mantenere un equilibrio tra sicurezza, continuità operativa e gestione del rischio in una regione che rimane strategica per l’economia globale.











