
Il 2026 e la fine dell’expat neutrale: governare persone e investimenti nell’era della geopolitica operativa
Il 2026 si è aperto come un anno di discontinuità profonda. L’intervento politico-militare diretto degli Stati Uniti in Venezuela (operazione del 3 gennaio con la cattura di Nicolás Maduro) ha prodotto effetti dirompenti sugli equilibri interni del Paese e immediate ripercussioni regionali. Secondo un’analisi ISPI del 24 dicembre 2025 il sistema internazionale è entrato in una fase in cui la capacità di adattamento rappresenta una condizione strutturale di sopravvivenza, con un ulteriore indebolimento delle logiche multilaterali a favore di una più esplicita “logica di potenza”.
In questo contesto, la geopolitica supera i confini dei palazzi del potere e si inserisce direttamente nelle aziende, nei consigli di amministrazione, nelle scelte di investimento e, sempre più spesso, nelle decisioni operative quotidiane. Di conseguenza, anche il ruolo del manager espatriato evolve. Tradizionalmente l’expat è stato interpretato come una componente essenziale del processo di internazionalizzazione: un manager inviato all’estero per trasferire competenze, replicare modelli di business, garantire controllo e continuità. Questo paradigma resta valido, ma oggi si colloca all’interno di una fase evolutiva più complessa. La circostanza di maggiore impatto è che la variabile geopolitica negli Stati Uniti non riguarda solo lo scenario esterno, ma si manifesta anche come tensione interna: l’intensificazione delle operazioni di enforcement dell’immigrazione (ICE) sta generando forti polarizzazioni e mobilitazioni sul territorio, con un dibattito pubblico che descrive l’agenzia come sempre più “militarizzata” e con un aumento della pressione politica sul tema.
Per le imprese italiane che hanno attivato investimenti negli USA (sia tramite sister company/trading company, sia tramite plant e piani di industrializzazione), questa dinamica ha un riflesso immediato: la migrazione diventa una supply chain critica della strategia industriale e può trasformarsi rapidamente in collo di bottiglia operativo. In parallelo, infatti, l’Amministrazione e le agenzie competenti stanno spingendo su screening e vetting più estesi lungo tutto il ciclo dell’immigrazione: dall’ottenimento del visto (con maggiori controlli anche su “online presence”) fino alle verifiche al punto d’ingresso.
Questo quadro è coerente con ciò che registriamo sul campo: tempi consolari più difficili da governare (anche per via delle agende e delle riprogrammazioni) e un approccio più analitico al border con colloqui e verifiche documentali molto dettagliate. Sul piano pubblico, gli stessi canali ufficiali del Dipartimento di Stato richiamano la variabilità delle attese per gli appuntamenti e la necessità di pianificare sulla base delle “wait times” aggiornate. Inoltre, l’estensione del controllo sull’“online presence” è stata formalizzata per categorie chiave come H-1B/H-4 (centrali per profili tecnici e manageriali), con effetti pratici di rallentamento e maggiore imprevedibilità. In termini di governance aziendale, questo significa una cosa molto concreta: la preparazione tecnica dell’espatrio e dell’espatrio negli USA in particolare (documentale, narrativa, coerenza del ruolo, tracciabilità del progetto, gestione della presenza online e delle evidenze professionali) diventa un fattore determinante per proteggere tempi e continuità operativa.
Nel contesto delineato dall’analisi ISPI, caratterizzato da conflitti irrisolti, alleanze fluide e competizione sistemica, il manager espatriato diventa una presenza viva dell’azienda in ambienti in cui la fiducia è fragile, le regole mutevoli e le percezioni incidono quanto, se non più, dei contratti. In Paesi come Messico, Colombia e Venezuela, tutti fortemente impattati dalle recenti strategie geopolitiche americane, l’expat non rappresenterà soltanto l’espressione manageriale di una strategia industriale: agli occhi degli interlocutori locali, quella figura tenderà a essere percepita come una postura complessiva dell’azienda, inevitabilmente intrecciata con il contesto politico. È un elemento che le imprese non possono più permettersi di sottovalutare, considerando – con riferimento al nostro paese – che oltre 2.000 aziende italiane operano in Messico, circa 300 in Colombia e una settantina – prevalentemente nel settore oil & gas – mantengono che ancora una presenza, diretta o indiretta, in Venezuela (fonte dati: Info Mercati Esteri, Simest, ICE). Le competenze tecniche e manageriali restano indispensabili, ma oggi si affiancano a una capacità più ampia di lettura dei contesti: interpretare segnali politici deboli, comprendere le dinamiche tra istituzioni, imprese e società, con l’obiettivo di anticipare gli eventi e ridurre l’esposizione al rischio.
Il Global Mobility Trends Survey di ECA.global segnalava già nel 2024 il rischio geopolitico come uno dei principali fattori di fallimento delle assegnazioni internazionali, più per l’incapacità di adattamento al contesto politico e normativo che per ragioni di sicurezza immediata. In parallelo, l’International SOS Risk Outlook 2025 ha evidenziato come la gestione dell’expat richieda un approccio integrato: HR, Security e Business Continuity sono chiamate a operare come un unico sistema. In molte organizzazioni, l’expat rappresenta infatti un potenziale “single point of potential failure” e come tale va gestito.
Tornando all’incipit iniziale sul nuovo anno, il 2026 non segna la fine del business internazionale. Internazionalizzare oggi significa soprattutto saper presidiare i luoghi. In questo senso, la globalizzazione dovrà lasciare definitivamente spazio a una forma di internazionalizzazione più selettiva e sostenibile, in cui le regioni di interesse diventano veri hub di investimento. Da questi territori, la casa madre può trarre vantaggio posizionandosi come centro di competenza e guida strategica del business, facendo leva sui patrimoni di conoscenza e know-how sviluppati negli anni dai team che hanno guidato i piani di sviluppo aziendali. All’interno di questi presìdi, spesso opereranno anche “ex espatriati” rientrati presso la casa madre, chiamati a lavorare fianco a fianco con gli expat di oggi. Insieme, dovranno contribuire a proteggere persone, reputazione e continuità operativa in un “qui e ora” sempre più complesso. In questo quadro, l’expat emerge chiaramente come un asset strategico, una risorsa da preparare, supportare e tutelare.











