
Marco Girardo per ECA Italia
“È bene sgomberare subito il terreno da punti di vista unidirezionali. Esercitare, cioè, la sana abitudine del paradosso, per allineare il pensiero al processo di sedimentazione del nuovo, sia esso un fenomeno da analizzare o uno schema mentale da correggere. Soprattutto ora, in Italia, quando ci troviamo ad affrontare per la prima volta un tema così complesso come quello dei fenomeni migratori, dell’integrazione, del multiculturalismo, della mobilità internazionale, e, per un gruppo di aziende avanzate, grandi e medie, ma anche piccole inserite però in filiere o territori compositi, del diversity management”.
Non vi preoccupate del tenore di questo breve incipit, decisamente più adatto a una conferenza che a una serata di Festa al Blue Note, perché il resto del mio breve speach sarà anche peggio. Tuttavia, non potevo che partire da queste considerazioni, perché sono contenute in uno dei primi, se non il primo libro in Italia sul tema dell’immigration e del diversity management. A pubblicarlo è stata ECA Italia 15 anni fa, a curarlo come esito di un lavoro collettivo, il sottoscritto.
Il libro è stato il frutto di un fortunato incontro che tramite un collega mi aveva portato a conoscere Andrea Benigni e in seguito molti altri di voi, che saluto con grande piacere, a conoscere quindi ECA Italia. Rileggere quelle bozze mi ha confermato che all’epoca era scattata una scintilla: da parte mia, allora, nei primi anni Duemila, lavoravo come caposervizio nella redazione economica di Avvenire, avevo avvertito dentro ECA terreno fertile per poter sviluppare una serie di pensieri e riflessioni, pensieri dentro l’impresa, in chiave quasi olivettiana, se mi passate l’iperbole.
Così è stato per il libro “Immigrazioni, la strategia della diversità” ma anche per molte altre iniziative legate all’International mobility journal o ad incontri, conferenze, workshop fatti insieme in sedi universitarie, istituzionali, aziendali.
Insomma, ECA Italia è stata per me, ma credo per molti altri partner, clienti, manager, professionisti qui presenti, una realtà aziendale, un laboratorio di pensiero in cui ho avuto occasione di veder nascere con anni di anticipo intuizioni capaci di preparare alle novità sotto il profilo tecnico giuridico, come ad esempio il tema dell’alta qualifica, la blue card per profili non laureati ma specializzati è un esempio sul qual non mi addentro, altrimenti vi rovino la festa perché non è il mio campo.
Siccome il tempo è limitato, vorrei offrirvi tre semplici pensieri, di carattere generale, di carattere macro, come si dice, per continuare a interpretare questa relazione con ECA nel modo così fruttuoso in cui è iniziata. Pensieri lunghi, da digerire con calma, non questa sera! Li leggerò per rispettare i tempi.
Il primo parte dalla consapevolezza credo comune a tutti che non viviamo più il tempo della velocità ma quello dell’accelerazione. La tecnologia ha sostituito l’economia quale struttura delle formazioni sociali, e il mondo globale presenta una situazione di complessità e interconnessione inedito nella Storia. Nel contesto socioeconomico attuale interagiscono soggetti che vestono allo stesso tempo i panni di consumatori, lavoratori, azionisti, auto-imprenditori, fruitori di servizi, siamo tutti – singolarmente e collettivamente – sovra-esposti a flussi immensi di dati. Tutto ciò ha a che fare con i sistematici errori di valutazione circa quanto accade attorno a noi. Le ricerche confermano che le valutazioni dell’opinione pubblica sulla reale portata dei problemi sono molto approssimative. In molti casi addirittura nettamente sbagliate. Uno degli esempi più clamorosi è la percezione della presenza di stranieri: gli intervistati arrivano a dare stime che sono fino a 10 volte maggiori rispetto ai numeri effettivi. Influenzate da correnti emotive che hanno ben poco di razionale, le opinioni pubbliche contemporanee sono volubili e disorientate. E perciò manipolabili.
La seconda considerazione, che deriva dalla prima, è che nessuno, oggi, è capace di unire con un tratto di mente tutti i puntini e di assaporare il disegno nel suo insieme. Nemmeno le formazioni democratiche contemporanee, siano esse politiche o economiche, riescono a raccogliere e “leggere” le informazioni rilevanti con la rapidità sufficiente per elaborare risposte pertinenti, tanto da perdere credibilità e soprattutto rivelarsi inabili a produrre una seria visione del futuro. Di conseguenza, l’azione politica ed economica si limita sempre di più a una sorta di “amministrazione emergenziale del presente”, tanto su scala globale quanto su quella locale. Vale in tempo di pace, vale ancor più drammaticamente oggi in tempo di “guerra mondiale a pezzi”.
Eppure le imprese e gli uomini d’impresa, non solo a livello di inconscio collettivo, devono quotidianamente mettersi alla prova in questo contesto. E lo fanno spesso bene! In molti casi con una consapevolezza: il lavoro è l’asse portante che può unire quando tutto sembra portare alla disgregazione; rappresenta sempre il tentativo di costruire in una sensazione angosciante di distruzione; il lavoro è un’ancora concettuale in un tempo di confusione crescente.
Non è un caso, quindi, se proprio oggi, in questo orizzonte degli eventi, tanti manager e soprattutto gestori delle risorse umane provano a riaffermare la centralità della relazione, a partire dai processi e quindi dall’organizzazione del lavoro, superando anche lo sgomento e il senso di alienazione di cui parlava Albert Camus di fronte alla pressioni emotive del progresso tecnologico: “Vivere contro un muro, è vita da cani”.
Gestire bene o male un’azienda o un team di persone è sempre dovuto alla dialettica cuore-mente, dove il cuore è il luogo dei desideri e la mente la palestra cognitiva per soddisfare quei desideri. Il percorso non è mai tracciato a priori. Non si conosce con chiarezza quale sia la strada giusta, si capisce dove andare cammin facendo.
E ripercorrendo a ritroso il cammino, nel preparare questo breve intervento – così vi rassicuro, sono le conclusioni – mi sembra di poter affermare con cognizione di causa che dentro ECA Italia molti di questi temi erano già chiari, all’inizio sotto forma di intuizione, poi come obiettivi strategici 30, 20, 15 anni fa. E lo sono oggi: mi riferisco in particolare alla rilevanza internazionale di un tema come il lavoro, alla strategicità della dimensione internazionale, al concetto di inclusione come un sistema aperto. Buona continuazione del cammino, e soprattutto buona cena in musica.
Di MARCO GIRARDO
Marco Girardo, classe ’72, è un giornalista, saggista, conduttore radiofonico ed esperto nella transizione dell’informazione nel contesto digitale.
Dal 5 maggio 2023 è stato nominato Direttore Responsabile del quotidiano Avvenire e delle altre testate edite dalla Avvenire NEI Spa Socio Unico.








