cervelli in fuga - expat
spunti di vista|4 Settembre 2025|

Non chiamateli cervelli in fuga

Sono 93 mila i ragazzi che, tra i 19 e i 39 anni, nel 2024 hanno detto ciao ciao al Bel Paese. Un raddoppio rispetto a dieci anni fa. Sono andati in Germania, Spagna, Gran Bretagna (Brexit permettendo), Francia. Ma, più che addio, hanno detto arrivederci. Tanto che, stando ai dati Istat, 2 su 3 expat sono pronti a tornare.

Oggi si emigra (o meglio, ci si sposta) non perché da noi non ci sia lavoro (motivazione che comunque dà la spinta oltre i confini a uno su quattro) ma a soprattutto per il desiderio di fare un’esperienza diversa (per 40,5 %), o perché si è presentata una buona opportunità, come accade per il 22,5% degli intervistati. Inoltre, il 18,5% dichiara di essersi trasferito con l’intento specifico di arricchire il proprio curriculum in vista di una crescita professionale. Ben lontani sono i tempi in cui si facevano le valigie per non tornare mai più: qui si va e poi si torna. Un ciclo relativamente breve di tempo, che, certo, potrebbe essere accelerato da politiche favorevoli nel mercato del lavoro e da norme fiscali che premino il rientro.

Il punto però resta un altro. Per capire i movimenti dei lavoratori italiani a livello internazionale bisogna cambiare le lenti con cui, fin qui, è stato studiato questo fenomeno trasversale a molti paesi europei. Gli under-40 del 2025 fanno parte di generazione cresciuta in un’Europa unita. Sono i figli dell’Erasmus, dei viaggi studio e delle vacanze in Interrail. Le loro non sono fughe lontano dall’Italia, sono esperienze all’estero. Un estero che, almeno per quanto riguarda l’Europa, è percepito radicalmente più vicino a noi di quanto avvenisse anni fa, complici i voli low cost e la diffusione pressoché uniforme della lingua inglese.

Un contesto di mobilità altissima. Anche lavorativa. Parliamo infatti di una generazione estremamente infedele al contesto aziendale. La chimera non è più il posto fisso a vita ma l’arricchimento del proprio curriculum, una posizione dopo l’altra. E poco importa se, per la next position scovata su LinkedIn, bisogna allontanarsi qualche chilometro in più da casa.

Ecco perché parlare di fuga di cervelli può essere riduttivo. In un mondo, specialmente europeo, sempre più interconnesso, fare un’esperienza di lavoro internazionale è un passaggio cruciale nella costruzione di una formazione o di una carriera. Vista sotto questa prospettiva l’espressione mediatica “fuga di cervelli” assume caratteristiche di maggiore complessità ma anche tinte dai toni meno tetri. Con un’unica postilla: purché il nostro sistema sappia effettivamente convincere quei due su tre a rifare le valigie.

Isidoro Trovato
Isidoro TrovatoGiornalista professionista, è caposervizio de L’Economia del Corriere della Sera, giornale nel quale lavora dal 2003. È tra i principali giornalisti italiani che si occupa e scrive di professioni. È stato autore per i programmi Mediaset ed ha scritto numerosi saggi tra cui, Una vita per la professione (editore Mursia) nel 2013 e Liberalizzazioni. Le nuove regole (editore Corriere della Sera) nel 2012. Nel 2014 riceve il Premio Internazionale del giornalismo Alfio Russo e nel 2009 il Premio di giornalismo Marco Borsa. Docente di Economia al Master della RCS Academy e docente di Comunicazione nei Master universitari dello IULM e dell’Università Cattolica di Milano.

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