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spunti di vista|30 Luglio 2024|

L’Italia perde attrattività: burocrazia, fisco e lingua frenano i giovani talenti

Moda e design non bastano. Burocrazia e fisco, oltre alla lingua, penalizzano l’attrattività del mercato del lavoro italiano, che perde una posizione rispetto al 2020 – passando dall’undicesimo al dodicesimo posto a livello globale – e vede il 24% dei propri laureati tentato di intraprendere un’avventura professionale all’estero. Lo certifica una ricerca di Boston Consulting Group (Bcg) che indaga la mobilità dei talenti e la capacità di attrarne delle maggiori nazioni mondiali. Dallo studio emerge che, relativamente al nostro Paese, c’è una percezione di complessità burocratica, ad esempio su permessi di soggiorni e visti. Poi c’è una struttura fiscale e contributiva particolarmente onerosa per i lavoratori altamente qualificati e con compensi elevati, che possono trovare altrove regimi fiscali più interessanti. A questo si aggiunge la lingua: in Italia l’inglese non è diffusamente parlato e alle persone che ambiscono a una carriera internazionale serve come principale lingua di comunicazione. Il nostro Paese è molto attrattivo in alcuni ambiti come la moda, il design e una certa manifattura e lo è meno per altri settori, come ad esempio quelli ad alto contenuto tecnologico.

Frena rispetto al boom della pandemia la fuga di talenti dall’Italia, ma preoccupa il fatto che a voler lasciare il nostro Paese siano soprattutto i più giovani e i più formati. Il 15% degli intervistati italiani si dice disposto a lavorare all’estero, un dato che torna in linea con il 17% del 2018, crollando rispetto al 57% del 2020. Ma tra chi ha meno di 30 anni la percentuale sale al 20% e, tra chi ha laurea, master o dottorato, uno su quattro (24%) è pronto a lasciare l’Italia. Tra le motivazioni che li spingono a trasferirsi all’estero, emergono le offerte di lavoro concrete (67%), i fattori economici (66%), il miglioramento della qualità di vita complessiva (62%) e la crescita personale (55%). I professionisti italiani intenzionati a spostarsi si aspettano supporto concreto dal futuro datore di lavoro. Nello specifico, assistenza per l’alloggio (78%), visti e permessi di lavoro (63%) e per la lingua (59%). La meta ideale dei lavoratori italiani resta la Svizzera, seguita da Spagna, Germania, Usa, Regno Unito, Francia, Australia, Canada, Austria e Olanda. Chi decide di restare in Italia, invece, indica il motivo principale nell’impossibilità di portare con sé familiari o partner (54%), seguito dal forte legame affettivo con la propria nazione (26%) e dal costo della ricollocazione (25%).

Più in generale, le motivazioni che spingono i talenti di tutto il mondo a considerare il trasferimento al di fuori del proprio Paese d’origine sono molteplici e complesse, dal desiderio di migliorare la qualità di vita alla ricerca di nuove prospettive professionali. È interessante rilevare che, rispetto al passato, le scelte dei lavoratori sono sempre più guidate da aspetti emozionali, come il buon clima aziendale, il rapporto con i colleghi, lo sviluppo delle competenze, la flessibilità nell’organizzazione del lavoro. Aspetti che solo dieci anni fa rivestivano un’importanza decisamente minore. È cambiata dunque la percezione stessa del lavoro, inteso non più come missione o come mezzo necessario al proprio sostentamento, ma piuttosto come fine per avere un’esperienza di vita soddisfacente.

Andrea Ropa
Andrea RopaGiornalista professionista, vicecapo redattore redattore economia presso QN Quotidiano Nazionale (Il Giorno, Il Resto Del Carlino, La Nazione). Collabora in qualità di professore a contratto per il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna dal 2006. Gli interessi di ricerca sono rivolti in particolare al giornalismo, sia dal punto di vista storico, sia come forma di comunicazione nelle sue attuali e diverse sfaccettature, sia per quanto riguarda le possibili evoluzioni future.

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