
L’Italia perde attrattività: burocrazia, fisco e lingua frenano i giovani talenti
Moda e design non bastano. Burocrazia e fisco, oltre alla lingua, penalizzano l’attrattività del mercato del lavoro italiano, che perde una posizione rispetto al 2020 – passando dall’undicesimo al dodicesimo posto a livello globale – e vede il 24% dei propri laureati tentato di intraprendere un’avventura professionale all’estero. Lo certifica una ricerca di Boston Consulting Group (Bcg) che indaga la mobilità dei talenti e la capacità di attrarne delle maggiori nazioni mondiali. Dallo studio emerge che, relativamente al nostro Paese, c’è una percezione di complessità burocratica, ad esempio su permessi di soggiorni e visti. Poi c’è una struttura fiscale e contributiva particolarmente onerosa per i lavoratori altamente qualificati e con compensi elevati, che possono trovare altrove regimi fiscali più interessanti. A questo si aggiunge la lingua: in Italia l’inglese non è diffusamente parlato e alle persone che ambiscono a una carriera internazionale serve come principale lingua di comunicazione. Il nostro Paese è molto attrattivo in alcuni ambiti come la moda, il design e una certa manifattura e lo è meno per altri settori, come ad esempio quelli ad alto contenuto tecnologico.
Frena rispetto al boom della pandemia la fuga di talenti dall’Italia, ma preoccupa il fatto che a voler lasciare il nostro Paese siano soprattutto i più giovani e i più formati. Il 15% degli intervistati italiani si dice disposto a lavorare all’estero, un dato che torna in linea con il 17% del 2018, crollando rispetto al 57% del 2020. Ma tra chi ha meno di 30 anni la percentuale sale al 20% e, tra chi ha laurea, master o dottorato, uno su quattro (24%) è pronto a lasciare l’Italia. Tra le motivazioni che li spingono a trasferirsi all’estero, emergono le offerte di lavoro concrete (67%), i fattori economici (66%), il miglioramento della qualità di vita complessiva (62%) e la crescita personale (55%). I professionisti italiani intenzionati a spostarsi si aspettano supporto concreto dal futuro datore di lavoro. Nello specifico, assistenza per l’alloggio (78%), visti e permessi di lavoro (63%) e per la lingua (59%). La meta ideale dei lavoratori italiani resta la Svizzera, seguita da Spagna, Germania, Usa, Regno Unito, Francia, Australia, Canada, Austria e Olanda. Chi decide di restare in Italia, invece, indica il motivo principale nell’impossibilità di portare con sé familiari o partner (54%), seguito dal forte legame affettivo con la propria nazione (26%) e dal costo della ricollocazione (25%).
Più in generale, le motivazioni che spingono i talenti di tutto il mondo a considerare il trasferimento al di fuori del proprio Paese d’origine sono molteplici e complesse, dal desiderio di migliorare la qualità di vita alla ricerca di nuove prospettive professionali. È interessante rilevare che, rispetto al passato, le scelte dei lavoratori sono sempre più guidate da aspetti emozionali, come il buon clima aziendale, il rapporto con i colleghi, lo sviluppo delle competenze, la flessibilità nell’organizzazione del lavoro. Aspetti che solo dieci anni fa rivestivano un’importanza decisamente minore. È cambiata dunque la percezione stessa del lavoro, inteso non più come missione o come mezzo necessario al proprio sostentamento, ma piuttosto come fine per avere un’esperienza di vita soddisfacente.






