
Generazione Z in fuga: l’Italia rischia di perdere il futuro. Come invertire la rotta?
Oltre un terzo dei giovani italiani è pronto a lasciare il Paese per cercare migliori opportunità lavorative e stipendi più alti. In pratica, rischiamo di perdere la “Generazione Z”, quella che dovrebbe assicurare la continuità del nostro sistema produttivo, seconda manifattura d’Europa e quarto esportatore mondiale. Lo certifica un’indagine condotta su un campione di 1.200 under 30 realizzata da Ipsos, secondo cui il 35% lascerebbe il Belpaese per avere più chanches e più soldi. Una ricerca che arriva alle stesse conclusioni di altre, condotte negli ultimi mesi da Istat, Almalaurea e Bankitalia, solo per citarne alcune. A proposito di quest’ultima, il governatore Fabio Panetta ha lanciato l’allarme sulla perdita di capitale umano: tra il 2008 e il 2022 sono andati all’estero per lavorare 525mila giovani. Di questi, solo un terzo è tornato in Italia. Hanno lasciato il Paese soprattutto i laureati: il 4% degli occupati a un anno dal titolo e il 5,5% di quelli a cinque anni lavora all’estero, ha aggiunto un’indagine di Almalaurea. Di tutti questi, il 70% esclude di ritornare in Italia. E mentre il Nord Italia riesce a compensare le uscite con l’attrazione di giovani provenienti dal Mezzogiorno, il Sud si svuota di giovani in grado di svolgere professioni a elevato valore aggiunto: medici, ingegneri, specialisti dell’Ict.
Da un lato, emerge quindi un quadro preoccupante per l’Italia, che rischia di perdere una significativa fetta di giovani talenti. Dall’altro, si evince un desiderio di cambiamento e di riscatto da parte delle nuove generazioni, pronte a mettersi in gioco per costruire un futuro migliore. La sfida per il Paese è dunque quella di creare le condizioni necessarie per trattenere i giovani, offrendo loro opportunità lavorative adeguate e valorizzando il loro potenziale. In caso contrario, la fuga di cervelli rischia di accelerare, con gravi conseguenze per l’economia e la società italiana nel suo complesso.
La spiegazione più banale al fenomeno la si evince guardando le buste paga, ma anche la dichiarazione dei redditi. A un anno dal conseguimento del titolo, infatti, i laureati di secondo livello che sono andati all’estero per lavorare percepiscono mediamente 2.174 euro mensili netti, +56,1% rispetto ai 1.393 euro dei coetanei rimasti a casa. Inoltre la dinamica dei redditi familiari in Italia risulta ancora molto meno accentuata rispetto agli altri grandi paesi dell’Unione Europea. Secondo i dati elaborati da Eurostat, tra il 2001 e il 2023 il reddito medio annuo pro-capite è cresciuto in Italia del 24,8%, contro il 35,9% della Spagna, il 56,3% della Francia e il 62,5% della Germania. In termini assoluti, nello stesso periodo il reddito medio annuo pro-capite è aumentato di 6.200 euro in Italia, di 8.000 euro in Spagna, di 15.100 euro in Francia e di 17.800 euro in Germania. Di conseguenza, il reddito medio italiano (oggi 31.200 euro) risulta inferiore del 33% rispetto a quello tedesco (46.300 euro) e del 25,5% rispetto a quello francese (41.900 euro). Permane un lieve vantaggio sulla Spagna (30.300 euro), ma il divario si è ridotto a soli 900 euro, rispetto ai 2.700 euro del 2001. A pesare sui redditi, l’elevata incidenza del prelievo fiscale. La prevista riforma del fisco avrebbe potuto e dovuto correggere questa distorsione, ma la sua definizione è ancora in attesa, resa ora più complessa dalle recenti correzioni in negativo del Pil.






