Gen Z in fuga
spunti di vista|5 Marzo 2025|

Generazione Z in fuga: l’Italia rischia di perdere il futuro. Come invertire la rotta?

Oltre un terzo dei giovani italiani è pronto a lasciare il Paese per cercare migliori opportunità lavorative e stipendi più alti. In pratica, rischiamo di perdere la “Generazione Z”, quella che dovrebbe assicurare la continuità del nostro sistema produttivo, seconda manifattura d’Europa e quarto esportatore mondiale. Lo certifica un’indagine condotta su un campione di 1.200 under 30 realizzata da Ipsos, secondo cui il 35% lascerebbe il Belpaese per avere più chanches e più soldi. Una ricerca che arriva alle stesse conclusioni di altre, condotte negli ultimi mesi da Istat, Almalaurea e Bankitalia, solo per citarne alcune. A proposito di quest’ultima, il governatore Fabio Panetta ha lanciato l’allarme sulla perdita di capitale umano: tra il 2008 e il 2022 sono andati all’estero per lavorare 525mila giovani. Di questi, solo un terzo è tornato in Italia. Hanno lasciato il Paese soprattutto i laureati: il 4% degli occupati a un anno dal titolo e il 5,5% di quelli a cinque anni lavora all’estero, ha aggiunto un’indagine di Almalaurea. Di tutti questi, il 70% esclude di ritornare in Italia. E mentre il Nord Italia riesce a compensare le uscite con l’attrazione di giovani provenienti dal Mezzogiorno, il Sud si svuota di giovani in grado di svolgere professioni a elevato valore aggiunto: medici, ingegneri, specialisti dell’Ict.

Da un lato, emerge quindi un quadro preoccupante per l’Italia, che rischia di perdere una significativa fetta di giovani talenti. Dall’altro, si evince un desiderio di cambiamento e di riscatto da parte delle nuove generazioni, pronte a mettersi in gioco per costruire un futuro migliore. La sfida per il Paese è dunque quella di creare le condizioni necessarie per trattenere i giovani, offrendo loro opportunità lavorative adeguate e valorizzando il loro potenziale. In caso contrario, la fuga di cervelli rischia di accelerare, con gravi conseguenze per l’economia e la società italiana nel suo complesso.

La spiegazione più banale al fenomeno la si evince guardando le buste paga, ma anche la dichiarazione dei redditi. A un anno dal conseguimento del titolo, infatti, i laureati di secondo livello che sono andati all’estero per lavorare percepiscono mediamente 2.174 euro mensili netti, +56,1% rispetto ai 1.393 euro dei coetanei rimasti a casa. Inoltre la dinamica dei redditi familiari in Italia risulta ancora molto meno accentuata rispetto agli altri grandi paesi dell’Unione Europea. Secondo i dati elaborati da Eurostat, tra il 2001 e il 2023 il reddito medio annuo pro-capite è cresciuto in Italia del 24,8%, contro il 35,9% della Spagna, il 56,3% della Francia e il 62,5% della Germania. In termini assoluti, nello stesso periodo il reddito medio annuo pro-capite è aumentato di 6.200 euro in Italia, di 8.000 euro in Spagna, di 15.100 euro in Francia e di 17.800 euro in Germania. Di conseguenza, il reddito medio italiano (oggi 31.200 euro) risulta inferiore del 33% rispetto a quello tedesco (46.300 euro) e del 25,5% rispetto a quello francese (41.900 euro). Permane un lieve vantaggio sulla Spagna (30.300 euro), ma il divario si è ridotto a soli 900 euro, rispetto ai 2.700 euro del 2001. A pesare sui redditi, l’elevata incidenza del prelievo fiscale. La prevista riforma del fisco avrebbe potuto e dovuto correggere questa distorsione, ma la sua definizione è ancora in attesa, resa ora più complessa dalle recenti correzioni in negativo del Pil.

Andrea Ropa
Andrea RopaGiornalista professionista, vicecapo redattore redattore economia presso QN Quotidiano Nazionale (Il Giorno, Il Resto Del Carlino, La Nazione). Collabora in qualità di professore a contratto per il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna dal 2006. Gli interessi di ricerca sono rivolti in particolare al giornalismo, sia dal punto di vista storico, sia come forma di comunicazione nelle sue attuali e diverse sfaccettature, sia per quanto riguarda le possibili evoluzioni future.

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