Le politiche DEI di Trump. E in Italia?
Di Paolo Iacci
Un uomo particolarmente credulone si reca dal medico per un controllo.
Il dottore lo visita e, con tono serio, gli dice:
“Guardi, lei presenta un piccolo problema: ripone eccessiva fiducia negli altri. Dovrebbe imparare a essere più scettico.”
L’uomo annuisce con convinzione e domanda:
“Va bene, dottore… ma ne è sicuro?”
Il medico sorride e risponde:
“No.”
E l’uomo, sollevato:
“Ah, meno male!”
Il 29 gennaio 2025, un elicottero militare UH-60L Black Hawk dell’esercito degli Stati Uniti, appartenente al 12° Battaglione dell’Aviazione, è entrato in collisione con il volo American Eagle 5342 nei pressi dell’Aeroporto Nazionale Ronald Reagan di Washington. L’incidente ha provocato la caduta di entrambi i velivoli nel fiume Potomac e la morte di tutte le 64 persone a bordo dell’aereo e dei 3 membri dell’equipaggio dell’elicottero.
Le prime indagini avevano suggerito la possibilità che il Black Hawk si fosse discostato dalla rotta autorizzata, operando a un’altitudine superiore a quella consentita; al momento, tuttavia, l’inchiesta ufficiale era ancora in corso per accertare le cause esatte dell’incidente. Il presidente Trump è intervenuto immediatamente con una spiegazione che è apparsa sconcertante alle autorità aeronautiche. Il presidente americano ha infatti attribuito la responsabilità dell’incidente alle politiche di Diversità, Equità e Inclusione (DEI), sostenendo che esse avrebbero favorito l’assunzione di controllori di volo meno qualificati e avrebbero così contribuito al verificarsi della tragedia. Tali dichiarazioni hanno suscitato critiche immediate da parte delle autorità competenti, le quali hanno ricordato che i controllori di volo sono tenuti a conseguire specifiche certificazioni professionali, indipendentemente dall’appartenenza a minoranze o gruppi specifici.
Poco dopo l’incidente, sui social network sono circolate false accuse che attribuivano la responsabilità del fatto a Jo Ellis, una pilota transgender della Guardia Nazionale della Virginia. Jo Ellis, che è tuttora in vita, non è stata in alcun modo coinvolta nell’incidente. La diretta interessata ha smentito le voci con un video pubblicato sul proprio profilo Facebook, definendo tali affermazioni offensive nei confronti delle vittime e delle loro famiglie. Nonostante la smentita, la disinformazione ha continuato a circolare online.
Nel corso del suo secondo mandato, il presidente Donald Trump ha avviato una serie di iniziative volte a smantellare le politiche di Diversità, Equità e Inclusione all’interno del governo federale e delle forze armate statunitensi. Uno dei primi provvedimenti è stato un ordine esecutivo che riconosce ufficialmente soltanto due sessi, maschile e femminile, definiti in base al sesso biologico alla nascita, escludendo il concetto di identità di genere. Ciò ha comportato la revisione di documenti e contenuti ufficiali, nonché la rimozione di riferimenti all’identità di genere dai siti istituzionali.
Parallelamente, Trump ha firmato ordini esecutivi che hanno eliminato i programmi DEI all’interno dell’apparato federale e dell’ambito militare, disponendo il congedo retribuito immediato per il personale coinvolto in tali attività e avviando un processo di dismissione delle iniziative correlate. Le agenzie federali sono state incaricate di sospendere le relative attività formative, rescindere i contratti con i fornitori di servizi DEI e rimuovere ogni promozione di tali programmi dai siti web e dagli account social istituzionali.
Nel settore dell’istruzione superiore, numerose università hanno reagito sospendendo progetti di ricerca, annullando conferenze dedicate ai temi DEI e chiudendo i relativi uffici, nel tentativo di adeguarsi alle nuove direttive ed evitare la possibile perdita di finanziamenti federali. Tali misure segnano una discontinuità rilevante rispetto alle politiche delle amministrazioni precedenti e hanno alimentato un acceso dibattito, sia sul piano nazionale sia su quello internazionale.
Contemporaneamente, negli Stati Uniti si è registrata una crescente pressione su diverse imprese affinché ridimensionino o eliminino le proprie politiche di Diversità, Equità e Inclusione. Le aziende che intendono mantenere rapporti stabili con l’amministrazione americana sono spesso indotte a rivedere profondamente tali programmi. Questa tendenza è alimentata da attivisti conservatori e da un clima politico sempre più critico nei confronti di queste iniziative. In questo quadro, alcune grandi aziende, come Walmart, McDonald’s, Amazon, Google, Lowe’s e altre, hanno ridotto o cancellato parte delle loro politiche DEI.
Non tutte le imprese, però, si stanno muovendo nella stessa direzione. Alcune realtà, come Apple, Costco, Goldman Sachs e JPMorgan Chase, hanno invece ribadito o rafforzato il proprio impegno in favore delle politiche DEI, sottolineando i vantaggi derivanti dalla pluralità delle prospettive e dall’inclusione organizzativa. Queste aziende ritengono che i programmi DEI svolgano un ruolo importante nel valorizzare una forza lavoro diversificata e nel favorire innovazione e competitività.
In sintesi, si osserva un progressivo disagio dell’opinione pubblica nei confronti di alcuni eccessi associati alle politiche DEI, in particolare per l’insistenza percepita come eccessiva su determinate questioni linguistiche e per un clima di crescente intolleranza verso dubbi o critiche circoscritte ad aspetti specifici. Parallelamente, molte imprese stanno arretrando su queste politiche anche in risposta a pressioni esterne. Altre, invece, continuano a difenderle, riconoscendone l’utilità per la crescita e l’innovazione aziendale. Altre ancora ne chiudono gli uffici, pur continuando a dichiararne pubblicamente l’importanza. Infine, non mancano aziende che, pur modificando la terminologia adottata, mantengono sostanzialmente una politica di personalizzazione nella gestione delle risorse.
Anche in Italia, il tema delle politiche DEI sta assumendo un carattere divisivo. Da un lato vi sono aziende e istituzioni che le promuovono; dall’altro, gruppi politici e opinionisti che le interpretano come imposizioni ideologiche. Rispetto agli Stati Uniti, l’Italia ha storicamente adottato un approccio più moderato. In passato non vi è stata una spinta così marcata come nel contesto anglosassone, ma nemmeno si è manifestato oggi un rigetto altrettanto radicale. La traiettoria futura dipenderà in larga misura dal contesto politico e dall’evoluzione del dibattito pubblico.
Se le imprese percepiranno un vantaggio competitivo e riceveranno un sostegno da parte delle istituzioni e dei consumatori, potrebbero rafforzare ulteriormente le iniziative DEI. Se invece il contesto sociale dovesse diventare più scettico o ostile, potrebbero adattarsi riducendo tali politiche per limitare il rischio di controversie. Tuttavia, tagliare o ridimensionare gli investimenti in questo ambito non sarebbe una scelta priva di conseguenze. Nell’immediato potrebbe apparire come un risparmio di risorse, ma nel lungo periodo potrebbe tradursi in rischi reputazionali, difficoltà di reclutamento, problemi legali legati alle certificazioni e perdita di competitività internazionale. Le aziende italiane che intendono restare competitive su scala globale dovrebbero quindi valutare con attenzione la sostenibilità di un eventuale ridimensionamento del proprio impegno in ambito DEI. Dopo anni di investimenti, un ripensamento netto potrebbe inoltre compromettere la credibilità dei vertici aziendali, esponendoli al rischio di apparire incoerenti e poco affidabili, con effetti negativi sia all’interno dell’organizzazione sia nei confronti di stakeholder e mercato. Autenticità e coerenza restano, in ogni caso, qualità imprescindibili per un management all’altezza del proprio ruolo.


