La speranza di Alessandro
Magno

Prima della partenza per un’importante e rischiosa spedizione militare, Alessandro Magno si informò sulla situazione dei suoi amici e distribuì loro una fattoria a questo, a quello un villaggio, a quell’altro le rendite di un borgo o di un porto. 

E quando già il complesso di tutti i beni regali era stato esaurito e assegnato, Perdicca gli disse: “Ma a te, o Re, cosa riservi?”. 

Ed egli rispose: “La speranza”. 

A leggere i resoconti sul precariato il sentimento forte che si respira è quello, depressivo, della perdita della speranza. Le nuove generazioni sono le prime che si trovano in una situazione paradossale: sono cresciute e si sono formate – a scuola e in famiglia – sulla base dei canoni che avevano segnato la vita dei loro nonni e dei loro padri. 

Ma tutto questo è svanito nel momento in cui queste generazioni hanno dovuto affrontare la vita reale. Sfumata la sicurezza del posto fisso, la certezza che la loro vita sarebbe stata migliore di quella dei loro padri, la culla tranquillizzante delle grandi ideologie, oggi, soprattutto la nuova generazione dei trentenni è costretta a vagare sola e senza prospettive, priva delle bussole che avevano guidato le generazioni precedenti. 

Costretti ad attendere – se mai verrà – il loro turno, omologati dalle leggi dell’anagrafe e della cooptazione. È così che nel nostro Paese è stato marginalizzato il merito: facendo vincere le conoscenze sulla conoscenza, mortificando i talenti, rendendo più statica e più vecchia la società italiana e la sua classe dirigente. 

Il rapporto tra la generazione degli under 35 con la politica e con il mondo del lavoro è sempre più difficile perché si trova in una contraddizione che non riesce a sciogliere. È stata allevata pensando di aver diritto ad un mondo di celluloide e si ritrova in un mondo di cartapesta. Molti di quei ragazzi prendono la valigia e vanno a cercar miglior fortuna all’estero, anche se possiedono un titolo di studio grazie al quale potrebbero trovare facilmente lavoro anche in Italia.

La vecchia classe dirigente e in qualche modo, anche noi, ognuno di noi, l’aveva illusa riguardo la possibilità di adire facilmente ad una vita ricca, semplice e felice. Invece si ritrova in un mondo ricco più di contraddizioni che di speranze. Forse dobbiamo invertire la tendenza. Cominciare a dire delle verità, anche se scomode. 

Forse potremo riscattarci solo avendo il coraggio di opporre verità a false speranze, anche se queste verità sono assai poco popolari. La nuova generazione, e tutti noi con essa, potrà riscattarsi solo costruendo una nuova mappa di valori, un nuovo pensiero comune. I falsi slogan e la retorica, comprensibile ma troppo facile, mi spaventa. 

Tutti siamo contro il precariato e le difficoltà di una situazione economica sempre più difficile. Ma i problemi non si risolvono semplicemente dividendo il mondo tra cattivi e buoni, certi di essere tra questi ultimi, cercando solo di trovare la nostra personale soluzione al problema. Dobbiamo essere in grado di affrontare le difficoltà del cammino in gruppo, abbandonando l’individualismo di fine secolo scorso. Occorre battere l’idea, diffusa tra dirigenti pubblici e privati, imprenditori, opinion maker, accademici, che le sorti dell’Italia siano qualcosa di altro rispetto ai propri comportamenti, ai propri giudizi, alle proprie ambizioni. Possiamo riaccendere la speranza, ricostruire il sogno di uno sviluppo possibile, dalle forme nuove. 

Se dobbiamo essere flessibili per necessità, possiamo ancora essere credibili e felici per scelta. 

Paolo Iacci
Paolo IacciPresidente