Il pollo

Jacques Lacan un giorno raccontò una barzelletta dalle molte interpretazioni possibili. 

“Un uomo, che si crede un chicco di grano, viene portato in manicomio, dove i dottori fanno del loro meglio per convincerlo che non è un chicco di grano ma un uomo. Dopo un lungo trattamento viene curato e dimesso. Dopo brevissimo tempo dalla sua uscita, però, gli infermieri lo vedono tornare di corsa, tremante e impaurito. 

“C’è un pollo non lontano da qui, ho paura che mi voglia mangiare!” 

” Tu sai benissimo che sei un uomo e non un pollo! Perché aver paura?!” 

“Certo che lo so – replica il paziente – ma il pollo lo sa?” 

Lacan con questa barzelletta introduce il complesso rapporto tra il Soggetto e l’Altro, il luogo dove opera l’inconscio attraverso il simbolico. Ogni trattamento terapeutico potrà aver successo, secondo Lacan, solo quanto si allontanerà da una semplice convincimento sul versante razionale ma riuscirà a incidere a un livello assai più profondo, dove le normali modalità espressive lasciano spazio ad altri elementi, meno razionali ma forse più intimi. 

Su un piano assai più semplice, potremmo dire che ogni processo di cambiamento implica una richiesta di adeguamento da parte di tutti i soggetti coinvolti. Poco importa che il cambiamento richiesto sia di ordine professionale o organizzativo, dettato da motivazioni di mercato oggettive o da ragioni soggettive più discutibili di carattere interno. Rimane che, quando è richiesto un cambiamento significativo di comportamenti abituali, è sicuramente imprescindibile darne ottime ragioni razionali; dobbiamo però sapere che spesso queste non bastano. Occorre qualcosa di più. Occorre parlare anche ad un livello più profondo, non con il solo linguaggio. Per fare questo le sole buone ragioni razionali non bastano. Occorre anche l’esempio da imitare. Le metafore. L’ascolto attivo. La vicinanza. Agire sul simbolico. Occorrono segni e simboli. I gesti esemplari. I segni che si possono passare di bocca in bocca. Il comportamento non verbale talvolta dice molto più del verbale. Le persone vogliono riferimenti di cui fidarsi. Che ci mettono la faccia. Che ci sono, anche fisicamente. E che possano farsi ricordare per questo. 

Mi viene in mente l’aneddoto di un grande imprenditore italiano, il quale era solito, quando si introduceva un nuovo macchinario, oppure si provava un’innovazione tecnologica, andare a chiedere direttamente agli operai le loro impressioni e difficoltà. Poi soleva prendere una sedia e sedersi in mezzo alla fabbrica e stare lì del tempo, a guardarli e a cercare di capire. Quando se ne andava, voleva che la sedia rimanesse lì, vuota, in mezzo a loro…