Il gabbiano ferito

Si racconta che in un antico regno viveva un uomo ricco e potente che amava i gabbiani. Tutte le mattine si alzava e guardava il mare, verso cui il suo palazzo si affacciava. Restava lì per ore, estasiato, a contemplare quegli uccelli bianchi che tanto lo meravigliavano.

Un giorno trovò un gabbiano sulla terrazza. Commosso, si avvicinò con cautela all’uccello accorgendosi che era ferito. Con tutta la dolcezza possibile, lo prese tra le braccia e ordinò ai suoi medici di curarlo. Per fortuna, la ferita non era troppo profonda e il gabbiano guarì in fretta. 

Estasiato dall’animale, l’uomo decise di tenerlo con sé. Fece preparare per lui le migliori pietanze…fagiano, carni esotiche, frutti deliziosi e prelibatezze di ogni tipo. Eppure, il gabbiano non mangiava nulla. L’uomo provò a convincerlo a mangiare, senza riuscirvi. Passarono così tre giorni, poi il volatile morì. 

Quando sento le imprese parlare dei giovani talvolta mi viene in mente questa favola cinese. Il protagonista di questa storia credeva che al gabbiano sarebbe piaciuto quello che piaceva a lui, ignorando i suoi veri bisogni. Quello che a prima vista può sembrare reale interesse, talvolta nasconde invece solo una visione autocentrica.  

Nessuno di noi, quando giudica un ragazzo, deve dimenticare di essere stato ragazzo anche lui. A noi spetta l’onere di ascoltare con la mente quanto più possibile sgombra per poter leggere le dinamiche in essere senza le lenti distorcenti delle proprie convinzioni. Al mondo degli adulti spetta però anche l’onere del prendersi la responsabilità di dare delle regole e poi farle rispettare, anche a rischio di risultare impopolari. I genitori che si alleano ai propri figli nel dare contro i loro insegnanti stanno crescendo dei disadattati, persone non in grado di comprendere il senso dell’autorità, dello studio e dell’esperienza. Stanno cioè scavando la fossa ai loro figli. 

Non dissimile quell’azienda che, pur di attrarre dei giovani talenti, propone di sé una narrazione non aderente alla realtà. Oppure, all’opposto, quel capo che, per essere certo di assicurarsi un soggetto sì brillante ma prima di tutto obbediente, lo invoglia con un ottimo trattamento economico, ma non lo fa crescere per essere certo che in futuro non potrà essere un problema per la propria posizione. 

Le criticità vengono occultate per un oggi sereno, dimenticandosi che prima o poi la vita presenta il conto. Più la persona merita e più il conto sarà salato. Più le lusinghe avranno frenato o distorto la natura del talento, più questo si troverà costretto a non esprimere tutto il suo potenziale. Questo non in maniera necessariamente ruvida ma il più delle volte seguendo il noto principio di Noam Chomsky della rana bollita. In cosa consiste? “Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita.

Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, balzando subito fuori dal pentolone”. 

Ci sono tanti modi per morire. Come il gabbiano o come la rana. Ma chi nella vita non ha provato almeno una volta a realizzare un suo sogno, alla fine muore due volte.