Il dinamismo che non ci fa saltare di gioia

“Figlio mio, da quando sei nato non mi hai mai dato una soddisfazione”. “È vero, papà, lo ammetto, ma prima?”.

Questa barzelletta, che circola da decenni nelle cene tra amici, mi è tornata in mente leggendo l’ultimo rapporto Hays sul mercato del lavoro italiano. Perché c’è qualcosa di profondamente comico, e insieme amaro, in questo nostro modo di raccontarci le cose. “Il mercato del lavoro è dinamico”, dicono i rapporti. E noi annuiamo, contenti della parola, come se “dinamico” fosse sinonimo di “in salute”. Ma se guardiamo dentro quel dinamismo, scopriamo che è fatto di gente che scappa, che cerca di saltare da una nave all’altra perché quella su cui si trova sta imbarcando acqua.

Il 50% dei lavoratori dichiara di voler cambiare impiego. Metà della popolazione attiva, se potesse, prenderebbe il cappello e andrebbe altrove. Non per spirito d’avventura, badate bene: per mancanza di prospettive, per retribuzioni che non bastano, per un lavoro che non stimola. Non è dinamismo, è frustrazione che cerca via d’uscita. È come definire “dinamica” una famiglia in cui metà dei componenti sta pensando di andare a vivere da un’altra parte.

Prendiamo la retribuzione. Aumentano del 3,7%, ci dicono. E 56mila euro lordi all’anno è la media per i colletti bianchi. Ma il 57% dei lavoratori dice che non basta, e il 63% non si aspetta nemmeno un aumento. Perché la matematica delle statistiche non è la matematica della vita reale: un aumento medio del 3,7%, con l’inflazione che mangia tutto, e con il carico di responsabilità che cresce, non è un aumento, è un contentino. E il contentino, si sa, è il modo più elegante per dire a qualcuno che non lo merita davvero.

Poi ci sono i benefit. Il lavoro agile, per i giovani e le donne, è diventato un requisito fondamentale. Per gli uomini over 50, invece, conta ancora l’auto aziendale. E qui capiamo che stiamo parlando di due mondi che non si parlano. Da una parte chi cerca di conciliare la vita con il lavoro, perché ha capito che non si può vivere solo per produrre. Dall’altra chi è cresciuto con un altro paradigma, e ancora misura il proprio status dalla macchina che gli danno. Due Italie che convivono, ma non si incontrano.

Il benessere mentale. Parola grossa, che sta diventando di moda. Ma la moda, si sa, è il modo che abbiamo per parlare delle cose serie senza prenderle sul serio. I lavoratori chiedono più attenzione, più strumenti per affrontare lo stress. Le aziende, per ora, offrono chiacchiere. Qualche corso, qualche webinar, un’app per la mindfulness. Ma lo stress non si cura con le app, si cura cambiando il modo in cui si lavora. E quello, per ora, nessuno lo cambia.

E veniamo alla tecnologia. L’intelligenza artificiale, dicono, non fa più paura. Il 43% la vede come un’opportunità. Ma l’88% dei lavoratori non ha ricevuto alcuna formazione in materia. È come se dicessimo a qualcuno: “Guarda, c’è questa macchina meravigliosa che può fare molte cose, ma tu non puoi toccarla, non puoi imparare a usarla, e soprattutto non possiamo insegnartelo”. E poi ci chiediamo perché la produttività non cresce. Perché c’è un divario tra le competenze richieste e quelle disponibili, ma il problema non è la mancanza di talenti: è la mancanza di scuola, di formazione, di voglia di investire sulle persone.

Poi, sotto tutto questo, c’è la demografia. Il 35 per cento dei lavoratori ha più di 50 anni, il 20% meno di 30. I giovani sono pochi, e quelli che ci sono guardano all’estero. Le donne lavorano meno di quanto servirebbe, e spesso il part-time non è una scelta ma una condanna. Questo è il vero spettro che si aggira per il nostro mercato del lavoro: uno squilibrio che non si risolve con gli slogan, ma con politiche serie, che non vediamo da anni.

Le aziende, ci dicono gli esperti, devono ripensare le loro strategie. Devono offrire flessibilità, benessere, crescita professionale. Devono favorire il dialogo tra generazioni. Devono investire nella formazione. Tutto giusto, tutto sacrosanto. Ma chi lo farà? Chi avrà il coraggio di cambiare davvero, e non solo di aggiornare il manuale delle risorse umane? Chi smetterà di considerare il lavoratore come un ingranaggio e lo tratterà come una persona?

Il rapporto Hays ci dice che le imprese che sapranno interpretare questi segnali saranno quelle che attireranno i migliori talenti. Ma è un ottimismo da manuale, quello che non tiene conto della fatica del cambiamento. Perché cambiare è difficile, costa, richiede tempo e visione. E la visione, in questo paese, è la merce più scarsa.

Forse, in fondo, il problema è che abbiamo smesso di credere che il lavoro possa essere qualcosa di più di un bisogno. Che possa essere un progetto, un’occasione, una realizzazione. Lo abbiamo ridotto a una transazione: tempo contro denaro, fatica contro stipendio. E poi ci stupiamo che la gente sia insoddisfatta.

La barzelletta del figlio che non dà soddisfazioni, lette in controluce, potrebbe essere la storia del nostro rapporto con il lavoro: una lunga attesa di qualcosa che non arriva mai, un rimprovero che non si rivolge a nessuno in particolare, e la domanda finale che resta sospesa nell’aria: “Ma prima?”. Prima, quando si lavorava con le mani e con la testa, quando c’era un mestiere, quando il futuro non era un’incognita ma una promessa? O prima, quando eravamo giovani e pensavamo che il lavoro ci avrebbe dato tutto ciò che sognavamo?

Il dinamismo, oggi, è solo la parola che usiamo per non dire che stiamo aspettando. Aspettiamo che le cose cambino, che le aziende capiscano, che lo stipendio basti, che la formazione arrivi. Ma l’attesa, si sa, logora. E mentre aspettiamo, il 50 per cento dei lavoratori continua a guardarsi intorno, a cercare un posto dove forse, chissà, le cose vanno meglio. È un esodo silenzioso, fatto di curriculum mandati in segreto e di colloqui durante la pausa pranzo. È la fuga di chi non ce la fa più a sperare che le cose cambino da sole.

E allora, forse, il punto è questo: il mercato del lavoro italiano non ha bisogno di dinamismo. Ha bisogno di una sferzata, di una scossa, di qualcuno che smetta di raccontarci che va tutto bene quando è evidente che non è così. Perché i numeri sono chiari: l’insoddisfazione cresce, le competenze mancano, i giovani scappano, le donne sono penalizzate, gli over 50 dimenticati. E davanti a questo quadro, il “dinamismo” suona come una presa in giro.

Se ci fosse un editoriale che potesse cambiare le cose, lo scriverei così: smettiamola con gli slogan e i rapporti ottimisti. Guardiamo in faccia la realtà, con le sue contraddizioni e le sue ingiustizie. E cominciamo a lavorare, davvero, per cambiarla. Perché il tempo delle parole è finito. È il tempo dei fatti, anche se fanno paura. Anche se, come quel figlio della barzelletta, rischiamo di scoprire che la soddisfazione non è mai arrivata, e forse non arriverà mai. Ma almeno, per una volta, smettiamo di fingere che sia colpa di qualcun altro.

Paolo Iacci
Paolo IacciPresidente