Help!

Primo giorno in azienda per un gruppo di neoassunti. 

  • Benvenuti a tutti! Io sono Giò, il vostro tutor o, meglio, il vostro mindset coach. Sono qui con voi oggi anche perché faccio parte della earlymorningpeople che più di altri segue task force cross. Inizia ora il primo step dell’onboarding. Il mio non sarà propriamente un intervento inspirational ma solo l’avvio di un breve journey attraverso la company per consentirci poi un vero e proprio trip down. Inizialmente sarà un rapporto non one to one ma one to many. Solo in un secondo momento diventerà many to many come nei social, per poi passare al solito brainstorming di metà mattina. Voi mi domanderete: dove sei basato? Questa è già una buona proxi rispetto la vera domanda che io mi porrei: qual è il tuo issue? E come vivi il tuo work life balance? Non voglio fare pleasing ma qui siete in un vero best place to work! Siamo un vero team, siamo tutti in loop per deliverare i risultati attesi! Io comunque, tranquilli, per voi troverò sempre uno slot per un veloce tuning. Fin qui tutto chiaro? 
  • Sì, abbastanza – voce flebile in fondo all’aula – ma, help, dove sono? Posso dare le dimissioni, pardon, le mie resignation? 

Viviamo in un mondo globalizzato. È vero. Il linguaggio sta cambiando, anche questo è vero. A poco a poco il mondo del business, e non solo quello, dovrà comunicare in modo semplice, con la lingua di fatto più diffusa. Probabilmente la scrittura a mano smetterà di esistere, nessuno più scriverà cartoline o lettere vergate di proprio pugno. Il linguaggio si semplificherà sempre più, anche a costo di perdere in profondità di pensiero e di sfumature. L’inizio di un mondo sempre più interconnesso ma anche con minor senso critico e analitico. Fin qui me ne sono ormai fatto una ragione. 

Non mi capacito però ancora della pervicace commistione di un italiano imbruttito con un inglese da bancarella, spesso storpiato e usato fuori contesto. Mi sembra il sintomo di una sconfitta culturale profonda. La necessità di sentirsi protetti in un gruppo che utilizza un linguaggio da addetti ai lavori per non mischiarsi davvero con tutti gli altri, al di là del dichiarato. Un modo assai provinciale per sentirsi “un sacco global”. Un modo per nascondere la propria ignoranza o la propria pigrizia. 

La cultura deve aggiungere, non togliere. L’inglese deve aggiungersi a una buona conoscenza della nostra lingua, non provocare un imbastardimento di entrambi gli idiomi. Questo riguarda anche chi lavora nelle organizzazioni, perché chi gestisce risorse si cura prima di tutto dell’identità della sua struttura e delle persone che in questa lavorano. Una lingua che perde la sua natura e il suo senso più profondo è il segno di un’individualità che si ottunde marginalizzandosi da sola. 

Forse, qualcuno mi accuserà di essere snob, o “antico”. È vero che una lingua che non si evolve e rifiuta ogni apporto esterno è una lingua morta. Ma se si evolve accettando dall’estero tutto, brillanti e spazzatura, rischia di perdere la sua individualità e di morire per altra via.

Paolo Iacci
Paolo IacciPresidente