work-life balance
spunti di vista|5 Maggio 2025|

Work-life balance, engagement e stress: all’Italia resta molto da fare per non perdere attrattività 

Volendo tracciare una linea che separi “il prima” dall’”oggi” nel mondo del lavoro, questa potrebbe coincidere con la pandemia da Covid19. È durante i tragici fatti del 2020 che il lavoro come lo conoscevamo fino ad allora ha subito una grande trasformazione. Con gli uffici chiusi, milioni di italiani (e di stranieri) si sono trovati a svolgere le proprie mansioni lavorative da casa. Uno smart working imposto dalle circostanze che per molti è stata una rivoluzione, ma solo per alcuni un nuovo e imprescindibile modo di lavorare.  

Questo perché, superati gli anni pandemici, molte aziende hanno chiesto ai propri dipendenti di tornare a lavorare in sede. Una decisione che è stata accolta diversamente dalle varie fasce di età degli interessati: se i lavoratori più anziani hanno accettato con sostanziale indifferenza il ritorno allo status quo, i più giovani hanno storto il naso. 

Ecco perché il vero spartiacque nel mondo del lavoro può essere posizionato due decenni prima dell’entrata in gioco del Covid19. E, più precisamente, attorno al 1981, anno in cui ha fatto la sua comparsa la generazione Y, quella dei Millennials. A sostenere questa tesi è un dato emerso da una ricerca condotta dalla talent company Randstad in 30 Paesi del mondo e pubblicata nel 2024. A differenza delle precedenti generazioni, quella dei Boomer e della GenX, sono i lavoratori che oggi hanno meno di 44 anni i primi a considerare il lavoro da remoto come non negoziabile (42%).  

Ma lavorare, almeno per parte del tempo, da casa non è la sola richiesta di questa generazione. A interessare in modo particolare i Millennials è la work-life balance; tanto che il giusto bilanciamento tra vita lavorativa e privata diventa un fattore critico nella scelta del lavoro. Un desiderio di flessibilità e di adattabilità cui si aggiunge quello di un ambiente di lavoro che sia formativo e, più in generale, soddisfacente dal punto di vista personale.  

Tutto questo si riflette in una continua ricerca del “perfect match”. Una combinazione perfetta in cui il desiderio di equilibrio tra lavoro e vita privata supera, per i 30 e i 40enni, quello della retribuzione. Un fenomeno a livello globale che si traduce in una maggiore dinamicità del mondo del lavoro.  

Cambiare per cercare un posto più felice, non sembra però essere una pratica ancora così diffusa in Italia. Secondo una ricerca della società di consulenza americana Gallup (che non prevede distinzioni per età), da noi solo il 20% dei lavoratori considera questo un buon momento per una nuova avventura lavorativa. Poca cosa se si considera che, nel suo complesso, la popolazione europea si dichiara possibilista nella ricerca di un nuovo impiego per il 56%.  

Va anche peggio sul fonte del coinvolgimento in quello che si fa: il dato dell’employee engagement, che misura quanto un lavoratore è entusiasta del proprio impiego, posiziona il nostro paese in ultima posizione europea con solo il 5% degli italiani che dichiara di mettere tutte le proprie energie in ambito lavorativo (contro il 13% come media europea). Non va meglio nemmeno con il tasso di stress percepito, che ci vede in settima posizione con il 44% dei lavoratori che si dice fortemente sotto pressione (contro il 40% dei francesi, il 36% degli spagnoli e il 23% dei danesi).  

Insomma, in Italia si tende, più che in altri Paesi europei, a tapparsi il naso pur di non perdere un lavoro. Anche se questo non è molto soddisfacente. Un gap con il resto d’Europa su cui c’è molto da fare. Obiettivo: non perdere attrattività; soprattutto agli occhi dei Millennial, meno disposti delle generazioni precedenti a scendere a compromessi con il mondo del lavoro. 

 

Isidoro Trovato
Isidoro TrovatoGiornalista professionista, è caposervizio de L’Economia del Corriere della Sera, giornale nel quale lavora dal 2003. È tra i principali giornalisti italiani che si occupa e scrive di professioni. È stato autore per i programmi Mediaset ed ha scritto numerosi saggi tra cui, Una vita per la professione (editore Mursia) nel 2013 e Liberalizzazioni. Le nuove regole (editore Corriere della Sera) nel 2012. Nel 2014 riceve il Premio Internazionale del giornalismo Alfio Russo e nel 2009 il Premio di giornalismo Marco Borsa. Docente di Economia al Master della RCS Academy e docente di Comunicazione nei Master universitari dello IULM e dell’Università Cattolica di Milano.

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