la barberia di marco girardo
Archivio, Management|27 Agosto 2019|

Lavoro eterno? La lezione giapponese e il ruolo delle imprese

È ricorrente nel dibattito socio-economico dell’era sovranista fare appello al caso Giappone, Paese che riesce a gestire un debito pubblico ben più grande di quello italiano in termini di stock ed ancor più gravoso in rapporto al Pil.

Molti anni fa l’economista e premio Nobel Simon Kuznets osservò come ci fossero quattro tipi di Paesi: sviluppati, sottosviluppati, Argentina e Giappone. L’Argentina rappresentava un caso perché, all’epoca della Prima Guerra mondiale, era una delle Nazioni più ricche al mondo. Iniziò poi un impoverimento costante che, negli anni Settanta e Ottanta, si trasformò in vero e proprio declino.

Il Giappone, all’opposto, uscì rapidamente da un isolamento secolare trasformando un’organizzazione sociale di stampo feudale per costruire nell’arco di una generazione, sulle macerie della Seconda Guerra mondiale, una potenza globale in grado di sfidare quella statunitense. A differenza dell’Argentina, il Giappone rappresenta ancora oggi un’anomalia per alcune caratteristiche socio-economiche singolari: una popolazione fra le più vecchie al mondo, l’intreccio per molti aspetti irrisolto di tradizione e modernità, il già citato mostruoso debito pubblico e ahimé –l’Italia rischia di andare incontro al medesimo destino – un ventennio, l’ultimo, di “crescita zero”.

Tra un paio di decenni un quarto della popolazione giapponese avrà un’età superiore ai 65 anni. Aumenteranno inesorabilmente le spese sanitarie e previdenziali e diminuirà al contempo la forza lavoro. Qualche anno fa l’ex ministro dell’Economia giapponese, Akira Amari, propose una terapia choc per aggredire il problema: creare una società nella quale le persone rimangono attive per tutta la vita. Costruire un mercato del lavoro senza vie d’uscita in cui l’età della pensione è cancellata. L’attuale titolare del dicastero, Toshimitsu Motegi, non ha fortunatamente approfondito l’ipotesi.

In ogni caso l’operazione “lavoro eterno” sarebbe possibile, secondo Amari, coniugando ingegneria sociale e ingegneria genetica. Riformando cioè il sistema previdenziale e sfruttando appieno, parole dell’ex ministro giapponese, le cellule staminali pluripotenti indotte per creare cellule sane da sostituire a quelle malate.

Se non altro, il merito di una “soluzione” che prefigura un futuro prossimo così disumanizzato è quello di ricondurre la riflessione biopolitica all’alveo originario. All’accezione di Michel Foucault che, con il termine “biopolitica”, delimitava proprio il terreno in cui agiscono le pratiche con le quali la rete di poteri gestisce le discipline del corpo e la regolazione delle popolazioni.

“Questa soluzione potrebbe essere esportata in tutto il mondo”, aveva annunciato il ministro giapponese nel video-messaggio proiettato durante un convegno, guarda caso, a Roma. Anche in Italia, dunque, Paese che, sul piano demografico e della finanza pubblica, ha molte somiglianze con il Sol Levante. E che nel secondo Dopoguerra ha edificato una fra le più belle architetture sociali del Novecento. Ma il Welfare italiano, oggi, ha bisogno di accelerare il percorso di trasformazione. È una delle urgenze del Paese. Che deve saper integrare un intervento pubblico oramai asfittico – per il quale la spesa extra-pensionistica è di anno in anno più risicata – alla ricchezza di un privato-sociale che è riuscito a crescere in termini di organizzazioni e occupazione anche durante la recessione.

La sfida “biopolitica” si consuma pertanto nella capacità di armonizzare gli attori e i finanziamenti per ricalibrare il sistema di Stato sociale sempre più in dimensione sussidiaria, laddove la partecipazione del singolo e soprattutto il contributo del “volontario” sono elementi essenziali e premianti. E dove le imprese giocano un ruolo cruciale, a partire da quelle che si occupano di gestione delle persone e della loro vita lavorativa.

Redazione ECA Italia
Redazione ECA ItaliaRedazione ECA Italia

Lascia un commento