Espatrio negli USA
Management|1 Gennaio 2016|

Guida all’espatrio negli USA. Partire (e rientrare) informati con ECA Italia

Partire (e rientrare) informati aiuta a gestire meglio i propri interessi. Ecco quello che bisogna “mettere nella valigia” per quel che riguarda redditi e investimenti.

In questo periodo di mercato del lavoro stagnante in Italia sempre più italiani vanno all’estero in cerca di opportunità.

Secondo le statistiche ufficiali, in particolare il Rapporto Italiani del Mondo 2016 della Fondazione Migrantes, elaborato su dati AIRE, da gennaio a dicembre 2015 le prime mete preferite dagli italiani sono la Germania (con 16.568 emigrati), la Gran Bretagna (16.503), la Svizzera (11.441) e la Francia (10.728), seguite poi da Brasile, Stati Uniti, Argentina, Spagna, Belgio e Australia.

Un Paese, quindi, che richiama ancora molti italiani sono gli USA.

Ci soffermiamo pertanto su alcuni aspetti che è bene conoscere prima di partire, in particolare verso gli States.

In linea generale, se il lavoratore che si trasferisce all’estero mantiene la famiglia in Italia, nonostante l’eventuale iscrizione all’AIRE, lo stesso resterà residente fiscale in Italia e come tale soggetto a imposizione sui redditi ovunque prodotti, compresi dunque anche quelli prodotti all’estero.

L’eventuale doppia imposizione potrà essere risolta (o meglio, mitigata) grazie allo strumento del credito di imposta per le imposte estere.

Se secondo le norme fiscali americane sarà considerato residente anche in USA, potrà determinare il conflitto di doppia residenza alla luce dell’art. 4 della Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e USA, che sostanzialmente definisce il Paese di residenza quello nel quale l’individuo ha il centro degli interessi vitali (tipicamente famiglia e interessi economici).

Ne segue che, in linea generale, un soggetto che lascia la famiglia e i suoi investimenti in Italia e lavora in USA, si qualifica come residente fiscale in Italia e non residente negli Stati Uniti.

Se, però, il lavoratore è anche in possesso di “green card” (e non sono pochi i casi in cui ciò accade), lo stesso ha ufficialmente lo status di “lawful permanent resident” negli USA.

Ciò comporta che avrà la doppia residenza, come se il trattato contro le doppie imposizioni citato non esistesse (art. 1, comma 2 lett. B) della convenzione stessa).

Tuttavia, i benefici concessi dal trattato, in particolare in tema di eliminazione della doppia imposizione, non discriminazione e procedura amichevole, restano applicabili.

Di conseguenza, i redditi ovunque prodotti e percepiti dal lavoratore dovranno essere dichiarati in entrambi i Paesi, ma le imposte sui redditi prodotti in un Paese possono essere scomputati nell’altro.

Ad esempio, le imposte su redditi da lavoro dipendente prestato in USA possono essere prese a credito nella dichiarazione italiana per ridurre le imposte italiane dovute sul reddito prodotto in USA, mentre le imposte italiane su eventuali altri redditi prodotti in Italia (ad esempio interessi bancari, dividendi, canoni di locazione) potranno essere richieste in detrazione (o deduzione se più conveniente) nella dichiarazione americana.

Quanto agli investimenti finanziari detenuti in Italia, si fa presente che gli obblighi dichiarativi in capo al residente in USA relativi sia alle consistenze che ai relativi redditi, soprattutto in caso di investimenti in fondi di investimento, polizze assicurative, fondi pensione, sono piuttosto complessi, tali per cui i consulenti fiscali americani hanno dovuto aumentare i loro onorari ai clienti con tali investimenti.

Si segnala, inoltre, che generalmente i redditi derivanti da fondi di investimento investiti in Italia e investimenti analoghi hanno un trattamento fiscale in USA piuttosto svantaggioso.

E anche solo l’idea di non dichiararli è alquanto rischiosa poiché è operativo dal 1° luglio 2014 l’accordo intergovernativo, cosiddetto FATCA, volto appunto a contrastare l’evasione fiscale – realizzata da cittadini e residenti statunitensi mediante conti intrattenuti presso istituzioni finanziarie italiane (e da residenti italiani mediante conti intrattenuti presso istituzioni finanziarie statunitensi) – tramite lo scambio automatico di informazioni finanziarie. In base all’accordo citato, infatti, le istituzioni finanziarie italiane (banche in primis) sono tenute a comunicare all’agenzia delle entrate i dati dei correntisti residenti in USA.

Successivamente, l’agenzia è tenuta a comunicare all’autorità fiscale americana, l’Internal Revenue Service, i dati raccolti. (analogamente arriveranno all’Agenzia delle entrate i dati degli italiani che mantengono conti presso istituzioni finanziarie USA).

Questo scambio automatico di informazioni ha l’effetto, dunque, di incentivare quella che in termini tecnici viene chiamata la compliance, ovvero la corretta dichiarazione dei redditi da investimenti dell’altro Paese, ma anche quella di fare aumentare i costi di tenuta conto per i correntisti, in quanto, per la loro qualifica soggettiva di residenti americani, comportano maggiori adempimenti in capo alle istituzioni finanziarie italiane.

Da quanto sopra emerge che prima della partenza per gli USA conviene attivarsi per pianificare la gestione dei propri investimenti finanziari, magari intestandoli a chi resta in Italia e non ha né la cittadinanza USA né la green card, oppure spostandoli in USA, oppure rivolgendosi a consulenti finanziari esperti in queste problematiche

Consulenti che è bene consultare anche nell’ipotesi in cui alla fine del periodo di lavoro in USA, si è titolari di un fondo pensione statunitense, tipo 401K oppure di un IRA (Individual Retirement Account) e si voglia o prelevare dei fondi dagli stessi o modificare l’assetto dei propri investimenti finanziari.

In proposito, va tenuto presente, infatti, che i prelevamenti da detti fondi possono essere soggetti ad una penale del 10%, detta “early withdrawal penalty”.

In particolare, tale penale può essere applicata ai prelevamenti effettuati dal titolare che non abbia raggiunto i 59 anni e mezzo di età.

Tuttavia, esiste un’eccezione alla “early withhdrawal penalty” per le distribuzioni dai 401(k) effettuate da chi ha perso o lascia il lavoro a partire dal giorno in cui ha compiuto 55 anni.

In ogni caso, partire (e rientrare) informati aiuta a gestire meglio i propri interessi.

Francesca Romana Rubino
Francesca Rubino
Francesca RubinoTax Manager

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